Con Milkman Anna Burns ha vinto il Man Booker Prize

Anna Burns ha vinto il Man Booker Prize con Milkman. E’ la prima autrice del nord Irlanda, nell’isola il riconoscimento mancava da  dodici anni quando a vincerlo fu Anne Enright.

Milkman è una storia ambientata negli anni dei Troubles ma il conflitto non viene mai nominato. E’ uno spaccato della società di allora con gli occhi puntati all’umanità, si ride e si piange, si parla di cose terribili, ma si usa un linguaggio lieve.

 

Vorrei vederlo tradotto presto nel nostro Paese dove libri come Eureka street sono stati accolti con affetto. Dove la vicinanza con il popolo del Nord Irlanda è sempre stata forte. Milkman non potrà che essere accolto con affetto e interesse.

E non è un caso che il premio Anna Burns lo abbia vinto oggi, nel giorno dell’anniversario della consegna del Premio Nobel per la pace a David Trimble e John Hume nel 1998

Dublino, le case e cosa farà da grande

Dublino sta scoppiando. Case vuote, gente che non trova casa, padroni di case che giocano sui bisogni di chi è andato lì a studiare o lavorare. Tutto in nero, e valigia pronta a cambiare tetto se lo stipendio non è superiore ai 2000 euro. In alcuni casi la traduzione di questa condizione potrebbe anche essere non avere la serenità per costruire in questo posto una carriera. Credo che non si stia riflettendo a sufficienza su questa variabile impazzita della capitale irlandese. Lo colgo tutte le volte che su uno dei gruppi facebook degli italiani expat leggo il classico messaggio: “sto per trasferirmi, che cosa mi consigliate per trovare casa?”.

Sì, a Dublino il problema oggi è la casa. Niente altro è così grave perché sulla casa si gioca il futuro di una città che, uscita dalla profonda crisi economica post Tigre Celtica, oggi non sembra avere un disegno chiaro di sviluppo. E livella verso il basso il ceto medio. Cammino per la Dublino che ho imparato ad amare in questi anni e che sto vedendo cambiare velocissimamente ogni volta che torno e mi chiedo: ma questo posto cosa vuole essere nel suo prossimo futuro? Perché resta sospesa tra una celebrazione del passato su cui ha costruito la sua fortuna turistica e la realtà di una presenza di occupazione straniera che ancora fa fatica a integrare? Dove vivono e come vivono la città le centinaia di migliaia di persone che lavorano ogni giorno nei palazzoni luccicanti che sorgono alla velocità della luce sulle spoglie degli scheletri degli edifici di inizio novecento?

Mi perdo per andare nell’ostello in cui ho deciso di andare a dormire questa volta. Una decisione forzata, dettata dal fatto che, di fronte all’inaccessibilità dei prezzi degli alberghi – una volta, non più tardi di due anni fa, con 40 euro ti aggiudicavi prenotando per tempo una singola dignitosa anche nell’area di St Stephen’s Green, oggi con la stessa cifra prendi un posto letto in ostello e anche in camera mista.

E’Google Maps che mi porta in un posto omonimo e mi consente di scoprire in zona Grand Canal siano sorti dei nuovi edifici sedi di imprese digitali mondiali accanto a ruderi. Il cantiere Dublino è qualcosa di profondamente diverso dalla città. E la città vive dei suoi ritmi.

Dove sono i Dublinesi?

A Smithfield entro nella mensa dei poveri visitata da Papa Francesco. Entro con la valigia, arrivo diretta dall’aeroporto. Mettono in mano un talloncino anche a me, spiego che sono una giornalista. Vedo arrivare di tutto: donne anziane sole, stranieri. Ma soprattutto famiglie. Padri madri e figli che con uno stipendio o due, magari di un migliaio di euro o giù di lì a vivere non ce la fanno.

A Dublino non sono molte le persone che hanno una casa di proprietà. Sul bus mi colpisce la pubblicità di una agenzia di prestiti: “il mutuo non deve più assillarti: a pagare la tua rata ci pensiamo noi”. Sì, ma a che prezzo?

Il sabato sera attorno a St Stephen’s Green va in scena il falò delle vanità: i Dublinesi ricchi che vanno nei ristoranti per ricchi. Donne truccatissime all’inglese – c’é un video in rete che descrive i modi diversi di usare il make up da parte delle donne dei due paesi – vestiti Michael Kors. Profumi da un centinaio di euro. Uomini distinti ad accompagnarle, generalmente in maniche di camicia, anche sfidando il freddo.

Al Wheelan’s, uno dei più importanti pub in cui si fa musica dal vivo in città, c’é un cartello che ricorda la prossima gig a sostegno di Michael D Higgins, il presidente della Repubblica uscente che si ricandida alle elezioni del 26 ottobre. A dire il vero in giro per la città ci sono quasi solo suoi cartelli. Le elezioni non dividono, sono davvero molto in sordina. D Higgins probabilmente vincerà di nuovo.

Domenica pomeriggio, mentre cammino in O’Connell street sul mio telefono arriva la notifica dell’Irish Times: è morta Emma Mhic Mhatùna, una delle due donne protagoniste della battaglia giudiziaria per il risarcimento del Governo alle vittime dei test per la prevenzione del tumore alla cervice uterina sbagliati. L’inchiesta è grossa con tanto di commissione investigativa. Emma, 37 anni, è morta di cancro lasciando cinque figli, di cui l’ultimo di due anni. Si era sottoposta a tre test sbagliati, nel 2010, nel 2011 e nel 2013. Poche settimane prima di morire aveva partecipato assieme ad alcuni dei suoi figli alla messa di Papa Francesco a Phoenix park, portando doni all’offertorio. Ha voluto morire a Kerry nella sua terra.

Domenica sera torno in ostello e trovo la polizia. La Garda (si chiamano così da queste parti le forze dell’ordine) porta fuori uno dei soliti ubriachi. Mi pare la cosa più normale del mondo visto che siamo a Dublino. Non trovo normale, invece, che gli ostelli siano diventati il luogo di sosta di centinaia di persone che non trovano casa e rinnovano di settimana in settimana il proprio soggiorno in questi luoghi che non sono pensati per loro.

Chiacchiero con un giovane indiano: sarebbe dovuto andare a studiare a Londra, ha preferito Dublino “per la Brexit”. Mi dice che oggi un amico gli troverà una stanza in una casa. Torno ed è ancora lì. Un lavoratore notturno alle sette di sera è già a letto. Sembra dell’est. “Ti pare normale che i turisti debbano convivere con questo genere di ospiti?” chiedo a un giovane statunitense. Mi risponde ammutolito e stupito.

Qualche mese fa, nel County Clare, avevo chiacchierato con un po’ di persone che a Ennis, graziosa cittadina a pochi chilometri dall’aeroporto di Shannon mi avevano fatto notare come lì si vivesse bene, quasi come in una sorta di Romagna ante litteram: “Dublino? No, non ci manca”.

 

Arlene Foster: “L’accordo di pace in Nord Irlanda? Non è intoccabile”

“Le cose si evolvono anche nell’Unione Europea. L’accordo di pace del Venerdì Santo non è intoccabile”. Lo ha detto la leader del DUP, gli unionisti nord irlandesi, Arlene Foster durante una conferenza di Tory in cui Boris Johnson ha parlato da potenziale leader dei conservatori in quelle elezioni politiche che sempre più osservatori vedono per quasi certe e imminenti in Gran Bretagna.

Arlene Foster con i suoi dieci parlamentari in questo momento sta reggendo il governo fragile di Theresa May, a cui Johnson si oppone nella leadership del partito. E’ inoltre coinvolta in Nord Irlanda nello scandalo sulle energie rinnovabili, il cosiddetto cash fo ash che nel gennaio 2017 fu la goccia che portò alle dimissioni del vice primo ministro di Stormont Martin Mc Guinness, membro di Sinn Féin (Mc Guinness, già gravemente malato morì due mesi dopo).

Foster, secondo quanto riporta il Daily Telegraph, avrebbe stigmatizzato l’atteggiamento negativista sulla Brexit, portato avanti in Nord Irlanda da chi ha votato Remain. Non considerando il fatto che qui la maggioranza dei cittadini, il 56 percento, ha votato per restare dentro l’Unione Europea, e, secondo un recente sondaggio di opinione i favorevoli a restare all’interno dell’Europa, dopo più di due anni dal Referendum, sarebbero saliti al 69 percento. “Ci siamo concentrati troppo sui possibili disastri economici a livello irlandese – ha detto – senza considerare le opportunità nei rapporti con l’UK”.

Che cosa possa succedere se si arrivasse a marzo 2019 senza accordo tra Europa e UK in Nord Irlanda è ancora una domanda senza risposta. Di certo queste affermazioni, a Parlamento di Stormont ancora chiuso, non fanno altro che complicare una situazione di per sé difficilissima. La mediazione dell’Europa vent’anni fa fu uno degli elementi fondamentali per portare la pace in Nord Irlanda.

 

(Credits photo: @Francesca Lozito, Derry, settembre 2017 Hoods out vuol dire: fuori da qui è zona degradata)

Estate, Irlanda e turismo

Per molti in questi giorni l’Irlanda è una meta di vacanza: carovane partono da Galway di mattina presto per recarsi alle Aran e in Connemara. L’ultima estate prima della Brexit ha visto poi molti turisti scegliere il Nord, principalmente per andare a Belfast, attratti dal museo del Titanic, ma anche dallo spettacolare panorama del Sentiero del Gigante, la Giant’s Causeway, poco lontana, inoltre da alcuni dei set naturali della serie televisiva Il trono di Spade. 250 mila italiani in una estate non sono pochi.

Alle volte il turismo verso l’Irlanda è mosso dalla passione per il Paese, come forse pochi altri posti al mondo: la cultura, dalla letteratura alla musica fanno l’isola in un connubio inscindibile con i paesaggi.

Quest’anno ho fatto un giro ad ovest, complice la visita del Papa a Knock, il santuario nazionale degli irlandesi. Da qui sono scesa fino alla valle dello Shannon, dal cui aeroporto, porta per gli Stati Uniti e scalo di connessione con la Gran Bretagna,  sono poi ripartita. Dublino da qui è molto lontana. Nella contea di Clare, ad Ennis, ho sentito dire che il bisogno di vivere nella capitale a queste latitudini non è sentito, perché si sta bene e c’é tutto. La parte più a nord, nell’area attorno a Knock è caratterizzata da una maggiore povertà. Ma già spostandosi a Galway lo scenario cambia: città turistica, porta per le Aran e il Connemara, ma anche importante centro universitario conta 80 mila abitanti. E diecimila homeless, alla pari di Dublino. Ma molto molto più piccola.

Eccola qui l’Irlanda delle contraddizioni, quella che ami e nello stesso tempo ti fa rabbia. Galway è una città carissima. Anche un giro per il classico supermercato di grande distribuzione ti fa capire che i prezzi sono più alti di quelli di Dublino.

A Galway mi avevano consigliato di andare da Charlie Byrne e io non mi sono fatta pregare. Che cos’é? Una libreria meravigliosa, un luogo di amore per i libri come mi ha fatto notare una delle commesse.

 

Ho comprato un po’ di copie di From a low and quiet sea di Donal Ryan da regalare agli amici nell’attesa di una traduzione italiana di uno degli autori della letteratura irlandese viventi più bravi e meritevoli. E qualche copia di un romanzo precedente, All we shall know, anche questo non ancora tradotto. Di Ryan in Italia esiste solo una traduzione di The Spinning heart, il cuore girevole. Nei giorni successivi sono tornata molte volte da Byrne, anche solo per sfogliare dei libri che con il bagaglio a mano non potevo portare a casa. In una terra in cui le parole hanno un senso profondo non potevo non farmi regalo migliore.

Ma la foto di copertina di questo articolo riporta la città che per me è stata una autentica rivelazione: Limerick. Molto bistrattata da tante rotte “non c’é niente, è sporca” Limerick ha invece una doppia signorilità, irlandese e georgiana, data la contesa tra le due parti che la fa in alcuni tratti assomigliare nell’architettura a Belfast. Limerick sorprende per la sua autenticità. Ed ha inoltre un polo universitario bellissimo e nuovo.

 

Irlanda dell’ovest, arrivo!

Sono sempre stata tra Dublino e il Nord. Salvo qualche incursione, non mi sono mai dedicata all’ovest. E invece domani mattina si parte, destinazione aeroporto di Knock.

Per tre giorni farò una immersione nello spirito del santuario mariano dove a fine agosto farà visita Papa Francesco, 39 anni dopo Giovanni Paolo II. Diciamo che il programma del Papa mi ha spinta a modificare l’itinerario.

Le storie che si incrociano a Knock hanno dell’incredibile e negli articoli che usciranno nelle prossime settimane ve le racconterò. E’ uno dei tanti stereotipi quello che vuole gli irlandesi come devoti bigotti. La fede da queste parti è qualcosa di molto più prismatico. E i colori del prisma oggi si vedono molto meglio di un tempo quando erano offuscati dalle tante storture e abominii di cui oggi sappiamo.

Per questo, sono molto curiosa di capire come vivono il rapporto con un santuario. Sono certa che avrò più di qualche sorpresa. Riscenderò poi la costa fino allo Shannon. Anche qui, come sempre, gli incontri con le persone saranno il mio principale interesse.

Mi piacerebbe dare a ciascuno di voi qualche piccolo assaggio attraverso instagram (sono @fraLoz).

Il resto lo troverete nella zuppa e non solo al ritorno.

E ora un po’ di ironia irish con una canzone di Lisa Hannigan 

L’Irlanda vota sì all’aborto

Ora è il tempo della maturità per i cittadini della Repubblica di Irlanda. La scelta che i primi exit poll delineano chiaramente è quella di una massiccia vittoria del sì alla legalizzazione dell’aborto. E’ il tempo di guardare in faccia ai cambiamenti che stanno scegliendo, perché se l’Equality marriage riguardava una parte circoscritta dei propri cittadini (oggi si contano in non più di un migliaio, dopo tre anni, i matrimoni egualitari) l’Abortion Referendum riguarda le donne. Tutte. L’ostetrica Mary Higgins, che ha fatto campagna per il sì ha detto una cosa giustissima commentando i risultati: “Ora abbiamo la responsabilità di fare bene e il nostro mestiere e di lavorare a una buona legislazione”.

Sono nata due anni prima della legalizzazione dell’interruzione di gravidanza in Italia ed ho sempre detto a tutti gli irlandesi con cui ho parlato in questi giorni che l’enorme difficoltà che avrei avuto sarebbe stata proprio quella di capire proprio questo passaggio: costruire, una volta scelto, il sistema sanitario che potesse garantire davvero la salute della donna. Per me è stata una cosa assolutamente data, come molte a dire il vero per la mia generazione. Per me era dato e scontato anche il sistema sanitario nazionale: sempre 1978. Non un caso.

La Citizen’s Assembly, il confronto

Questo Referendum ho iniziato a seguirlo da cronista un anno fa partecipando da auditrice ai lavori della Citizen’s Assembly, l’assemblea di 99 cittadini che per mesi ha ascoltato esperti sul tema dell’aborto. Una scelta interessante e originale che ci ha visti arrivare davvero da tutto il mondo per capire che cosa fosse questa assemblea: in un tempo in cui le opinioni si fanno in rete vedere 100 persone chiuse in un albergo di Malahide per due giorni ad ascoltare panel di esperti è di certo un esercizio di democrazia da cui imparare. Perfettibile, ma da far conoscere e riportare.

Tra disabilità e Chiesa Cattolica

L’inizio della campagna elettorale è stato particolarmente duro: la scelta a novembre dei fronte del No di mettere al centro della campagna elettorale i bambini down, per il rischio che la legalizzazione dell’aborto possa portare all’interruzione di gravidanza dopo una diagnosi nel feto di disabilità, cosi come avviene nei Paesi del Nord Europa, ha creato disappunto nei sostenitori del sì, che avevano chiamato sul ring l’avversario, a detta loro, più facile da demolire: la Chiesa cattolico romana. Editorialisti come Fintan O’Toole si aspettavano il confronto con uomini in clergyman. Sono rimasti delusi, la Chiesa ha parlato fuori dal dibattito pubblico ai propri fedeli. Lo ha fatto attraverso 20 lettere pastorali scritte come potete leggere in questo report che ho realizzato per Vatican Insider. That’s it. Una scelta che rispecchia i tempi che questa istituzione sta vivendo: come dice il primate Eamon Martin citando Papa Francesco: “Noi l’ospedale da campo lo abbiamo in casa”. Chi descrive ancora la Repubblica di Irlanda come uno stato ipercattolico e sotto il giogo della Chiesa per favore cambi idea. E non usi più il luogo comune.

Il “Ministero” della paura

C’é un aspetto che per tutta la settimana mi sono ripromessa di tenere da parte fino a quando le urne sarebbero state chiuse: il clima in cui si sono svolte queste consultazoni. Girando per Dublino la scorsa settimana, parlando con alcuni esponenti del sì, ho notato come la paura dell’avversario fosse diventato un tema da campagna elettorale. La prima persona a trasmettermi questo timore era stata settimane fa la scrittrice Catherine Dunne quando l’ho incontrata a Genova: “l’Alt Right sta facendo campagna elettorale per il No in Irlanda”. Questo articolo uscito su Russia Today racconta proprio questo tipo di timori e come si sono tradotti per le strade: il sospetto che i canvassers, i volontari della campagna elettorale che in Irlanda sono così visibili perché indossano spille, badge e hanno in mano volantini si camuffassero da giornalisti. Non posso nascondere che questo tema di campagna elettorale mi abbia lasciata interdetta, come mi ha lasciata interdetta la decisione di Google di bloccare tutte le pubblicità elettorali, non solo quelle dall’estero come invece ha fatto Facebook rispettando la legge irlandese sui finanziamenti alla politica. Credo che la paura di essere condizionati da una influenza esterna e farne materia di una campagna elettorale su un tema così delicato rappresenta uno scivolone per un Paese che ha fatto dell’autonomia la sua bandiera fin dalla fondazione. Questa paura apre la strada a una riflessione più grande sullo spirito con cui viviamo oggi in tutto il mondo le elezioni: la paura che una mano esterna, anche invisibile, possa condizionarci. Questo io lo trovo molto grave e credo sia tempo di riflettere come cittadini d’Europa e di trovare gli strumenti per non farci sopraffare dalla paura. Questo clima mi ha fatto venire in mente uno dei più duri personaggi del comico Antonio Albanese, il Ministro della Paura. Ecco, penso che non ne abbiamo proprio bisogno.

Irlanda al voto sull’aborto

I cartelli. La campagna elettorale per l’abrogazione del divieto di aborto in Irlanda è un pullulare di cartelli. I sì e i no si sovrappongono sullo stesso palo – si usano i cartelli piccoli in piena tradizione nord europea.

In questi tweet che ho postato sabato da Dublino ho cercato di raccontarli.

Nella foto invece che ho messo in copertina (i crediti sono di Flora Iacoponi che ringrazio) la posizione per il sì viene espressa sulla porta di una delle case dello storico quartiere dei Liberties,

E poi ci sono le spille esibite, le maglie con la scritta Repeal “abroga” dove si  intende l’abrogazione dell’ottavo emendamento dell’articolo 40. Ho visto intere famiglie andare in giro domenica per il centro commerciale di Dundrum con questa “griffe” di posizionamento referendario. Tantissimi uomini e altrettante donne. Anche ragazzine.

Cosa succederà venerdì? Non è assolutamente dato saperlo. Sono partita con l’idea che il sì vincesse a mani basse. Sono ripartita piena di dubbi. Quel 20 percento di indecisi che i sondaggi continuano a dare può mettere in discussione tutto o fare arrivare a un testa a testa le due posizioni. Ci sono zone come il Donegal dove la maggioranza di dichiarazioni di voto per il no è giustificata da una mancanza di servizi di base come quelli oncologici. In buona sostanza dicono “prima quelli, poi pensiamo all’aborto”. L’Irlanda non è solo Dublino. Declan Mc Guinness è il fratello di Martin McGuinness, storico leader di Sinn Féin morto lo scorso anno ed è schierato apertamente e chiaramente contro la legalizzazione dell’aborto (Sinn Feìn è compattamente pro choice come ho spiegato in uno dei video)

Se per il sì sono schierati l’intero governo – con il primo ministro Leo Varadkar che va a fare campagna elettorale porta a porta assieme ai suoi ministri, come si racconta in questo articolo dell’Irish Examiner, fanno di certo notizia le prese di posizione per il no dell’ultima ora.

Come l’ex capo dei sindacati David Begg

Ma la presa di posizione che sta facendo storcere il naso non poco al fronte del sì è quella di John Connors. Il regista di Cardboard Gangsters, traveller e attivista impegnato nel recupero dei giovani attraverso l’arte proprio nel quartiere disagiato di Dartane alla periferia profonda di Dublino ha espresso il suo no alla legalizzazione dell’aborto. Come potete vedere da questo tweet la posizione di Connors risulta dissonante rispetto al coro di sostenitori del sì che si muove dal mondo dell’arte e della cultura, impegnatissimi a sostenere la campagna di Together for yes con eventi e manifestazioni, libri e articoli. Sull’attività cinematografica di Connors è uscito lo scorso anno un bell’articolo di Giulia Caruso per Left.

 

La visione dei sostenitori del no è che abrogando l’ottavo emendamento che riconosce i diritti della madre e del bambino che ha nel grembo alla pari quest’ultimo perda i diritti umani e legali, quest’ultima dichiarazione, che il bambino in grembo non abbia diritti legali è stata sostenuta anche nella sentenza dell’Alta corte che ha dato di fatto il via libera al Referendum. Ma esattamente le stesse argomentazioni di compassione e diritti umani sono portate avanti dal sì. Chi avrà ragione? Venerdì a deciderlo saranno con il loro voto i cittadini della Repubblica di Irlanda.