L’Irlanda vota sì all’aborto

Ora è il tempo della maturità per i cittadini della Repubblica di Irlanda. La scelta che i primi exit poll delineano chiaramente è quella di una massiccia vittoria del sì alla legalizzazione dell’aborto. E’ il tempo di guardare in faccia ai cambiamenti che stanno scegliendo, perché se l’Equality marriage riguardava una parte circoscritta dei propri cittadini (oggi si contano in non più di un migliaio, dopo tre anni, i matrimoni egualitari) l’Abortion Referendum riguarda le donne. Tutte. L’ostetrica Mary Higgins, che ha fatto campagna per il sì ha detto una cosa giustissima commentando i risultati: “Ora abbiamo la responsabilità di fare bene e il nostro mestiere e di lavorare a una buona legislazione”.

Sono nata due anni prima della legalizzazione dell’interruzione di gravidanza in Italia ed ho sempre detto a tutti gli irlandesi con cui ho parlato in questi giorni che l’enorme difficoltà che avrei avuto sarebbe stata proprio quella di capire proprio questo passaggio: costruire, una volta scelto, il sistema sanitario che potesse garantire davvero la salute della donna. Per me è stata una cosa assolutamente data, come molte a dire il vero per la mia generazione. Per me era dato e scontato anche il sistema sanitario nazionale: sempre 1978. Non un caso.

La Citizen’s Assembly, il confronto

Questo Referendum ho iniziato a seguirlo da cronista un anno fa partecipando da auditrice ai lavori della Citizen’s Assembly, l’assemblea di 99 cittadini che per mesi ha ascoltato esperti sul tema dell’aborto. Una scelta interessante e originale che ci ha visti arrivare davvero da tutto il mondo per capire che cosa fosse questa assemblea: in un tempo in cui le opinioni si fanno in rete vedere 100 persone chiuse in un albergo di Malahide per due giorni ad ascoltare panel di esperti è di certo un esercizio di democrazia da cui imparare. Perfettibile, ma da far conoscere e riportare.

Tra disabilità e Chiesa Cattolica

L’inizio della campagna elettorale è stato particolarmente duro: la scelta a novembre dei fronte del No di mettere al centro della campagna elettorale i bambini down, per il rischio che la legalizzazione dell’aborto possa portare all’interruzione di gravidanza dopo una diagnosi nel feto di disabilità, cosi come avviene nei Paesi del Nord Europa, ha creato disappunto nei sostenitori del sì, che avevano chiamato sul ring l’avversario, a detta loro, più facile da demolire: la Chiesa cattolico romana. Editorialisti come Fintan O’Toole si aspettavano il confronto con uomini in clergyman. Sono rimasti delusi, la Chiesa ha parlato fuori dal dibattito pubblico ai propri fedeli. Lo ha fatto attraverso 20 lettere pastorali scritte come potete leggere in questo report che ho realizzato per Vatican Insider. That’s it. Una scelta che rispecchia i tempi che questa istituzione sta vivendo: come dice il primate Eamon Martin citando Papa Francesco: “Noi l’ospedale da campo lo abbiamo in casa”. Chi descrive ancora la Repubblica di Irlanda come uno stato ipercattolico e sotto il giogo della Chiesa per favore cambi idea. E non usi più il luogo comune.

Il “Ministero” della paura

C’é un aspetto che per tutta la settimana mi sono ripromessa di tenere da parte fino a quando le urne sarebbero state chiuse: il clima in cui si sono svolte queste consultazoni. Girando per Dublino la scorsa settimana, parlando con alcuni esponenti del sì, ho notato come la paura dell’avversario fosse diventato un tema da campagna elettorale. La prima persona a trasmettermi questo timore era stata settimane fa la scrittrice Catherine Dunne quando l’ho incontrata a Genova: “l’Alt Right sta facendo campagna elettorale per il No in Irlanda”. Questo articolo uscito su Russia Today racconta proprio questo tipo di timori e come si sono tradotti per le strade: il sospetto che i canvassers, i volontari della campagna elettorale che in Irlanda sono così visibili perché indossano spille, badge e hanno in mano volantini si camuffassero da giornalisti. Non posso nascondere che questo tema di campagna elettorale mi abbia lasciata interdetta, come mi ha lasciata interdetta la decisione di Google di bloccare tutte le pubblicità elettorali, non solo quelle dall’estero come invece ha fatto Facebook rispettando la legge irlandese sui finanziamenti alla politica. Credo che la paura di essere condizionati da una influenza esterna e farne materia di una campagna elettorale su un tema così delicato rappresenta uno scivolone per un Paese che ha fatto dell’autonomia la sua bandiera fin dalla fondazione. Questa paura apre la strada a una riflessione più grande sullo spirito con cui viviamo oggi in tutto il mondo le elezioni: la paura che una mano esterna, anche invisibile, possa condizionarci. Questo io lo trovo molto grave e credo sia tempo di riflettere come cittadini d’Europa e di trovare gli strumenti per non farci sopraffare dalla paura. Questo clima mi ha fatto venire in mente uno dei più duri personaggi del comico Antonio Albanese, il Ministro della Paura. Ecco, penso che non ne abbiamo proprio bisogno.

Irlanda al voto sull’aborto

I cartelli. La campagna elettorale per l’abrogazione del divieto di aborto in Irlanda è un pullulare di cartelli. I sì e i no si sovrappongono sullo stesso palo – si usano i cartelli piccoli in piena tradizione nord europea.

In questi tweet che ho postato sabato da Dublino ho cercato di raccontarli.

Nella foto invece che ho messo in copertina (i crediti sono di Flora Iacoponi che ringrazio) la posizione per il sì viene espressa sulla porta di una delle case dello storico quartiere dei Liberties,

E poi ci sono le spille esibite, le maglie con la scritta Repeal “abroga” dove si  intende l’abrogazione dell’ottavo emendamento dell’articolo 40. Ho visto intere famiglie andare in giro domenica per il centro commerciale di Dundrum con questa “griffe” di posizionamento referendario. Tantissimi uomini e altrettante donne. Anche ragazzine.

Cosa succederà venerdì? Non è assolutamente dato saperlo. Sono partita con l’idea che il sì vincesse a mani basse. Sono ripartita piena di dubbi. Quel 20 percento di indecisi che i sondaggi continuano a dare può mettere in discussione tutto o fare arrivare a un testa a testa le due posizioni. Ci sono zone come il Donegal dove la maggioranza di dichiarazioni di voto per il no è giustificata da una mancanza di servizi di base come quelli oncologici. In buona sostanza dicono “prima quelli, poi pensiamo all’aborto”. L’Irlanda non è solo Dublino. Declan Mc Guinness è il fratello di Martin McGuinness, storico leader di Sinn Féin morto lo scorso anno ed è schierato apertamente e chiaramente contro la legalizzazione dell’aborto (Sinn Feìn è compattamente pro choice come ho spiegato in uno dei video)

Se per il sì sono schierati l’intero governo – con il primo ministro Leo Varadkar che va a fare campagna elettorale porta a porta assieme ai suoi ministri, come si racconta in questo articolo dell’Irish Examiner, fanno di certo notizia le prese di posizione per il no dell’ultima ora.

Come l’ex capo dei sindacati David Begg

Ma la presa di posizione che sta facendo storcere il naso non poco al fronte del sì è quella di John Connors. Il regista di Cardboard Gangsters, traveller e attivista impegnato nel recupero dei giovani attraverso l’arte proprio nel quartiere disagiato di Dartane alla periferia profonda di Dublino ha espresso il suo no alla legalizzazione dell’aborto. Come potete vedere da questo tweet la posizione di Connors risulta dissonante rispetto al coro di sostenitori del sì che si muove dal mondo dell’arte e della cultura, impegnatissimi a sostenere la campagna di Together for yes con eventi e manifestazioni, libri e articoli. Sull’attività cinematografica di Connors è uscito lo scorso anno un bell’articolo di Giulia Caruso per Left.

 

La visione dei sostenitori del no è che abrogando l’ottavo emendamento che riconosce i diritti della madre e del bambino che ha nel grembo alla pari quest’ultimo perda i diritti umani e legali, quest’ultima dichiarazione, che il bambino in grembo non abbia diritti legali è stata sostenuta anche nella sentenza dell’Alta corte che ha dato di fatto il via libera al Referendum. Ma esattamente le stesse argomentazioni di compassione e diritti umani sono portate avanti dal sì. Chi avrà ragione? Venerdì a deciderlo saranno con il loro voto i cittadini della Repubblica di Irlanda.

Talent Garden a Dublino

Talent Garden aprirà a fine estate un nuovo hub a Dublino. E’ la più grande piattaforma di networking e formazione per l’innovazione digitale in Europa con i suoi 3500 innovatori e 23 campus in otto Paesi europei. Ed è italianissima.

Giulia Tognù communication manager ci spiega il progetto dublinese

 

Qui invece dal canale di Talent garden la prentazione di Dublino che aprirà dentro il campus di DCU Alpha a Glasnevin

 

TAG - Dublino P2 H 06 Finale

Irlanda nella tempesta per lo screening all’utero

Lo hanno dato in appalto ad una società statunitense lo screening alla cervice uterina in Irlanda. Ed ora che è emerso che il programma di prevenzione non è stato condotto in modo corretto, dopo che 17 donne sono morte di questo tumore, nella tempesta è finito il ministro della Salute Simon Harris. La responsabile del programma di prevenzione dell’HSE, il sistema sanitario irlandese, Grainne Flannelly, si è dimessa. Più di 1500 donne sono rimaste fuori dalla prevenzione.
Il Governo ha messo in piedi una commissione di indagine sulla vicenda. Quante donne avrebbero potuto essere curate in tempo? 208 quelle che sono state ascoltate.
Il report sull’indagine dovrebbe essere reso noto a giugno. Poche settimane dopo il referendum sull’aborto, la cui campagna delle ultime tre settimane è stata oscurata in questi giorni dallo scandalo dei test falsati.

Su Vatican Insider scrivo di homeless

Ho incontrato padre Peter Mc Verry a febbraio in una mattina di sole a Dublino. Mi ha colpito la sua serenità. Oltre, naturalmente, alla infinita modestia.
“Ma Peter Mc Verry è proprio lei?” ho chiesto sull’uscio di casa?
Mi ha risposto sì come la cosa più normale del mondo.
Avere a che fare con gli homeless a Dublino è un impegno grosso. Ed è una lotta per la dignità sociale. Ringrazio Vatican Insider per aver scelto di pubblicare questo mio articolo in cui racconto padre Peter la sua trust e il mondo dei senza casa in Irlanda. Lo potete leggere qui

(pic by Robert Carroll)

 

Quante case vuote a Dublino?

La Peter Mc Verry trust, associazione che si occupa di sostenere gli homeless ha lanciato nei giorni scorsi una app per tracciare le case vuote a Dublino.

Si chiama Reusing Dublin e permette di avere un quadro di quanti edifici vuoti ci sono in una città che sta conoscendo una crescita incredibile negli ultimi anni. Per la presenza di persone da tutto il mondo che sono venute a lavorare nel settore dell’Information tecnology. E negli ultimi mesi perché tanti ragazzi scelgono Dublino al posto di Londra per fare una esperienza di studio o di lavoro.

Secondo Ronan Lyons, professore di economia al Trinity college ed autore dell’ultimo report sull’abitare nella capitale della Repubblica l’offerta degli affitti è calata a 1350 appartamenti, il 15 percento in meno solo di febbraio.

E intanto gli homeless sono arrivati alla cifra record di 10 mila. Tantissimi.

De André a Dublino

Fabrizio De André a Dublino. Mi sono subito entusiasmata alla sfida che un gruppo di persone, italiane che ho conosciuto andando ad ascoltare concerti a Dublino ha lanciato in questi giorni con tanta passione. Perché mi piacciono le sfide che fanno incontrare la nostra terra musicale, l’Italia, con quello straordinario mondo musicale irlandese che è fatto di identità, di sperimentazione (ascoltate le Saint Sister, ne parleremo presto!) e senso di un popolo.

Così io sono proprio curiosa di ascoltare questo De André che verrà cantato a Dublino a giugno. E vi invito a partecipare se siete in zona. Nel manifesto troverete tutte le indicazioni.